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30 agosto 2011

Boulevard

(Premere play e leggere velocissimo, ché la canzone è breve, il post è breve e non sto a dirvi della vita)


Si erano inseguiti per anni.

- Un mese ai tre lustri - quantificò lui con una rapidità che tradiva la sua consuetudine con quel particolare calcolo, investendo nell'uso di una misura temporale da ginnasio un buon 90% del suo patrimonio di seduzione. Nella sfacciata luce zenitale di un atipico mezzogiorno decembrino, soppesò prima mentalmente e poi, poco convinto del risultato, sui due palmi ormai sudati nascosti nelle tasche di un cappotto blu di lana che stonava più con il suo golf giallo pallido che con la temperatura mite, l'opzione di approssimare l'accuratezza dell'affermazione appena fatta con qualche frase di rito - anno più, anno meno - che non desse di lui l'idea di un maniaco ossessivo intento a incidere una tacca sul muro dietro il suo letto per ogni giorno trascorso prima del loro incontro (mano destra, scontrini risalenti all'inverno precedente e mai gettati) e quella (mano sinistra, spiccioli di resto dopo la colazione al bar dell'aeroporto) di buttare lì qualche generica banalità sul riscaldamento globale e le sue devastanti ripercussioni sulla vita quotidiana - quali la malvagia sottrazione del diritto naturale al godimento di un natale gelido e innevato in cui una qualunque conversazione per strada fra due persone qualunque che decidessero di rivedersi, dopo un arco di tempo non meglio specificato, potesse fregiarsi della coreografica partecipazione di soffici nuvole di vapore condensato ad accompagnare ogni parola pronunciata - nella speranza che le sfuggisse quanto la avesse aspettata.

Fu la vista di un uomo sulla cinquantina, professionalmente custodito da un gessato a righe fitte e una capigliatura compatta e cromata, con i muscoli del triangolo anteriore del collo contratti nello sforzo di impedire alla mandibola di spalancarsi in uno sbadiglio vertiginoso mentre un'adolescente che doveva essere sua figlia si prodigava in una spiegazione atomica della necessità di affiancare la borsa che stavano vedendo in vetrina alle decolleté nere appena acquistate, fu quella vista, per l'appunto, a evidenziare la drammatica incompletezza del ventaglio di possibili reazioni che aveva considerato: l'avrebbe annoiata; non spaventata, o distratta in attesa che la chiacchierata prendesse quota, ma spinta a trovare un pretesto, qualunque pretesto, meglio se incredibile, per districarsi dai tentacoli soporiferi della sua presenza. La bilancia sinaptica si affrettò ad avvalorare appieno quest'ultima previsione, ed era solo colpa di un percorso evolutivo miope (completamente cieco, a detta di alcuni) e avaro (profondamente innamorato della simmetria bilaterale, secondo gli stessi alcuni) se non poteva disporre di un altro braccio con cui procedere a una triplice pesata che fornisse una conferma empirica alla sua teoria.

- Beh, anno più, anno meno - disse lei con un tono divertito, quasi complice, e continuando a camminare, gli tirò fuori la mano dalla tasca e la strinse nella propria. Poi aggiunse qualcosa sulla natura zenoniana del loro rapporto, sempre uno davanti all'altro senza mai riuscire a raggiungersi, come Achille e la tartaruga. Le strappò un altro sorriso ammettendo la sconfitta nella gara di riferimenti classici e chiedendole chi dei due fosse Achille.

Risalirono così per la strada, un'isola di quiete nel pulviscolo impazzito di gambe frenetiche e pacchi da regalo finché, circa un'ora più tardi, giunsero sotto casa di lei, con lui pronto a dar fondo all'ultimo 10% del suo capitale di fascino:
- Ceniamo insieme, stasera?''
- Certo - rispose lei con un entusiasmo di gran lunga superiore a quello che si sarebbe aspettato - mi hanno parlato di un posto in cui si mangia molto bene senza spendere troppo. È in Via delle Occasioni Perdute. Perfetto, no?''.

Assentì, alzando e abbassando il capo diverse volte sotto il peso dell'ironia del destino, e prima di congedarsi la baciò a lungo sulle labbra.

All'appuntamento, fissato per le otto, nessuno dei due si presentò.

(Già apparso, un po' di ore fa qui. Fateci un giro, ne vale la pena)

16 luglio 2010

no distance left to run




(premere play prima di iniziare a leggere, grazie)

- Prometti di non essere pedante!
- Lo sai che farmi promettere di non comportarmi in un certo modo è la strada più breve per condurmi proprio a quel comport...
- Uff. Lo so, lo so. Pedante rompipalle, almeno provaci.
- ... amento. Spara.
- Ok: immagina di essere un alieno sulla superficie lunare.
- Non ci sono alieni sulla superf...
- Certo che hai proprio un bel modo di provarci.
- ... icie lunare. Non ho mica detto che ci provavo. Ho detto solo "spara".
- ...
- Scusa.
- Allora! Quest'alieno che non dovrebbe esserci ma c'è, dalla superficie della luna vedrebbe la terra così piccola che gli basterebbe tenere i polpastrelli di pollice e indice a pochissimi centimetri per incorniciarla.
- Quindi un improbabile alieno lunare a cui un improbabile percorso evolutivo avrebbe donato un organo prensile inspiegabilmente antropomorfo come una mano, potrebbe stringere la terra tra due dita. Continuo a non vedere il punto.
- Casa mia, casa tua, queste decine di decine di centinaia di chilometri che adesso ci separano, per segnarli l'alieno dovrebbe avvicinare i polpastrelli fino a farli toccare. Insomma, per lui siamo praticamente incollati.
- Incollato lo sono comunque, con 'sto caldo. E poi quest'alieno mi sta sempre più sul cazzo.
- Eddai, chettipiglia?
- D'accordo, te lo dico: il problema di fondo è che siamo una specie che vive a velocità troppo basse per avvertire l'unità di spazio e tempo. O la loro fondamentale inesistenza. Non mi spingerò fino a dire che questo disaccoppiamento è la fonte di ogni infelicità, ma...
- Indovina chi non riesce a vedere il punto, adesso!
- Tutte le tecnologie che dovrebbero avvicinarci, pensaci. Non fanno altro che eludere lo spazio che ci separa rendendo impercettibile il tempo di trasferimento dell'informazione. Agiscono sulla velocità e mortificano la distanza. E invece dovremmo riverirla, la distanza. Questa telefonata, ogni telefonata, è una sorta di inganno sacrilego.
- ...
- Ci sono livelli subcellulari di coscienza che riescono a distinguere tra le increspature di un'onda portante e la differenza di pressione sul timpano generata dall'aria che esce dalla tua bocca. Tra i fotoni emessi da un pixel e quelli riflessi dalla tua pelle. E non sempre si accontentano.
- Capisco. Allora che ne dici di mettere giù e passare ai segnali di fumo? Il tuo dio della distanza sarebbe appagato da questo sacrificio?
- Ironizza, pure. Io pensavo alle lettere. Inchiostrare caratteri su un foglio bianco è un atto la cui irreversibilità manifesta costringe, inconsciamente, all'attenzione.. La necessità di una grafia chiara spinge alla cura. Il rito della scrittura smaschera l'illusione della prossimità.
- Ho paura che quella visita da uno bravo che ti consiglio da tempo non sia più rimandabile.
- Il massimo sarebbe poter recapitare di persona quanto si è scritto. Viaggiare con la lettera stessa. A piedi.
- Ed ecco che le certezze sostituiscono i timori. Perché a volte devi per forza essere così... così!
- Che intendi dire?
- Estraneo. Alieno.
- Perché così posso avvicinare pollice e indice finché i polpastrelli non si toccano e pensare che siamo noi a essere incollati.
- ...
- ...
- ...
- Buonanotte.
- Allora, ti aspetto con la lettera.
- No, vabbè. Ci sentiamo domani.
- A domani, pedante ipocrita.

2 novembre 2009

la freccia del tempo


Ruota attorno ad elementi domestici, la storia degli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. Piccole rassicuranti molecole che, usualmente, la forza di coesione dell'esistenza combina a formare quella che chiamiamo quotidianità. Un lenzuolo, delle scale, la propria camera, un parco: oggetti e luoghi familiari rappresentano gli snodi di una vicenda la cui cronaca trovate nel post precedente.

Torno a scrivere di Stefano Cucchi per ripercorrere le tappe che lo hanno portato, in una settimana trascorsa tra una caserma dei Carabinieri, l'aula di un tribunale, la cella di un carcere e la stanza di un ospedale, alla morte. Lo farò partendo dalla fine, ribaltando l'ordinario fluire degli eventi; mostrando dapprima gli effetti e lasciando che siano gli effetti a far germinare i semi di cause a essi adeguate; sperando di rendere ancora più stridente,se possibile, l'incommensurabile distanza tra queste cause potenziali e la lacunosa cronaca ufficiale.

E' il primo pomeriggio del 22 Ottobre. I genitori di Stefano Cucchi sono all'obitorio e guardano il cadavere di loro figlio: ecchimosi evidenti sull'intero volto, l'arcata sopraccigliare sinistra spaventosamente rigonfia, l'occhio destro innaturalmente rientrato nell'orbita, la mandibola spezzata (ci sono anche una frattura del corpo vertebrale L3 e un'altra della vertebra coccigea).

Vi state chiedendo come ha fatto il trentunenne a ridursi così?

E' sempre il 22 Ottobre, poco dopo le 12. Un carabiniere si presenta a casa Cucchi per la notifica della richiesta di autopsia. Loro figlio è morto, circa sei ore prima. I genitori si precipitano al reparto detentivo dell'ospedale Sandro Pertini per chiedere spiegazioni sulla causa del decesso. Tutto quello che il medico di turno e il sovrintendente rispondono è che non sanno nulla perché il figlio ha "costantemente tenuto il lenzuolo sulla faccia". A questo punto i Cucchi si recano all'obitorio.

Vi state chiedendo com'è possibile che basti un lenzuolo per impedire il controllo di un detenuto? Vi state chiedendo perché un detenuto è finito all'ospedale in quelle condizioni?

Sono circa le due del 16 Ottobre. Stefano Cucchi è in Tribunale. Il giudice rinvia il suo giudizio al 13 Novembre e conferma la custodia cautelare in carcere; Stefano si arrabbia, tirando calci a una sedia (in modo apparentemente incompatibile con la presenza di vertebre fratturate). I genitori sono presenti; lo vedono in buona salute ma col volto tumefatto. Anche il giudice si è accorto delle tumefazioni e ha quindi disposto una visita all'interno del Tribunale durante la quale il giovane dichiara di avere "lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori". Dopo un rifiuto di ricovero all'ospedale Fatebenefratelli - "Ieri sono scivolato e sono caduto dalle scale" dirà al dottore che riscontrerà tre vertebre rotte in una radiografia al torace - e una notte al carcere Regina Coeli, Stefano Cucchi verrà infine ricoverato nel reparto detentivo dell'ospedale Sandro Pertini nella mattinata di Sabato 17 Ottobre senza che ai suoi genitori venga più permesso di vederlo ma rassicurandoli sul suo stato di salute, e lì rimarrà fino alle sei e venti minuti del 22 Ottobre, data del suo decesso.

Vi state chiedendo quale reato avesse commesso Stefano per non essere assegnato agli arresti domiciliari? E perché avesse il volto tumefatto?

Sono le 23.30 del 15 Ottobre. I carabinieri fermano Stefano nel parco degli Acquedotti a Roma. In compagnia di un cliente, sostengono (lui dirà che si trattava di un amico). Gli trovano addosso circa 20 grammi di sostanze stupefacenti (principalmente marijuana e poca cocaina). Dopo un primo interrogatorio, vanno a perquisire la sua camera nella casa in cui vive con i genitori. Rassicura la madre dicendole che non troveranno nulla ed in effetti è quello che accade. Anche i carabinieri tendono a minimizzare visto che si tratta di poca roba. Probabilmente si danno appuntamento per l'indomani, al Tribunale dove si celebrerà il processo per direttissima in cui si dichiarerà colpevole di possesso di stupefacenti ma per uso personale. Poi si avvia verso la caserma: su un paio di gambe salde, guardando la strada con occhi sani in un volto magro (pesa 43 chili) ma non segnato da colpi di nessun tipo.

E così siamo arrivati all'inizio. E alla fine di ogni domanda.

Fonte foto: photographale.

Apparso su BlogSicilia: Caltanissetta.

2 giugno 2009

E raddoppiamo!


HellCiccio mi manda un SMS un paio di settimane fa. Io lo richiamo e per telefono mi spiega che sta per nascere una serie di blog, uno per ogni capoluogo di provincia della nostra amata Sicilia; l'idea è quella di invitare i cittadini-lettori a essere sia fruitori delle informazioni di vario genere (politico, sociale, culturale), che una redazione di pochi volenterosi inserirà, sia produttori dell'informazione stessa (in questo senso, virtualmente, i volenterosi della redazione aumentano a dismisura). Un esperimento di citizen journalism, per dirla come noi gggiovani.
Insomma, per farla breve mi chiede di far parte della redazione, dimostrando per me una considerazione che, ovviamente,non merito.
Gli faccio presente che a Caltanissetta torno solo quando non posso più ignorare il bisogno della lavatrice che c'è a casa dei miei e che io non ho. Ma lui, abituato a giocare online con Gears of War, non si fa intimidire e mi dice che quello non è un problema.
Che altro potevo fare se non accettare? Qualche giorno dopo la telefonata, Hell mi fa sapere che c'è bisogno di una mia biografia essenziale e di una foto. Appurato che posso essere ironico, ecco cosa ho inviato:
Luca Marotta nasce a San Cataldo nel 1977 il giorno in cui, qualche anno prima, il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti. Trascorre un'infanzia felice e spensierata tra a strata Foglia, la scuola elementare S. Michele e la media inferiore Giovanni Verga, dove fa la conoscenza con il suo primo amore non corrisposto: la pallavolo. Affascinato dall'intima coerenza della matematica - e dai duecento metri di distanza della sua casa dall'Istituto - frequenta il Liceo Scientifico A. Volta. E' in questo periodo che cade nel tunnel di ben tre pesanti dipendenze dalle quali non è ancora riuscito a liberarsi: la musica, la letteratura e il cinema. Insieme a un gruppo di facinorosi fonda un gruppo musicale unanimemente lodato dalla critica per non aver mai inciso nulla. Nonostante ce la metta tutta per andare oltre il normale quinquennio, la voglia dei prof di liberarsi di lui è più forte e nel 1996 ottiene la Maturità Scientifica. Quella stessa estate, nel bel mezzo di un sogno erotico, ha una visione di Albert Einstein che gli chiede l'indirizzo del suo barbiere di fiducia. In aperta polemica con l'apparizione decide di iscriversi al corso di Laurea in Fisica all'Università di Catania. Una serie di concause del tutto dipendenti dalla sua volontà fanno slittare la Laurea all'Aprile del 2005. Nell'estate di quell'anno, durante un sogno ai limiti dell'hardcore, lo spettro di Einstein lo visita per la seconda volta per fargli sapere che l'indirizzo del barbiere è sbagliato. Ormai in totale rottura con lo scienziato tedesco, partecipa al concorso per il Dottorato di Ricerca e, dal Febbraio di quest'anno, può fregiarsi del titolo di Philosophiae Doctor (PhD). Dal 2008 ha un blog che aggiorna con pigrizia da record mondiale. Nel tempo libero cerca lavoro. In foto:un giovane e abbronzato Luca Marotta mostra con malcelato orgoglio alla stampa internazionale le sue sorprendenti capacità di calcolo rispondendo alla domanda:" Quanto vale l'integrale tra zero e due della funzione y=x?"
.(la foto, naturalmente, è quella che apre il post).

E non è che con questo pensassi di convincere tutti che forse era il caso di riconsiderare la richiesta di una mia collaborazione, ma se quella fosse stata la mia intenzione, il tentativo si sarebbe rivelato fallimentare. Perché comunque ho scritto un pezzo e, bontà loro, l'hanno pubblicato.
Si intitola Geremia II e lo trovate su CaltanissettaBlog.
I commenti sono graditi (qui o lì non importa).

Ora scappo a prepare valige e libri che questo fine settimana a CL si vota non solo per le Europee ma anche per le Comunali. Qualche dichiarazione di voto, come al mio solito?
Vi dico solo che alle Europee credo che la mia preferenza andrà a BaraccObbama (e se avete tempo ascoltatelo pure, sul canale youtube della Casa Bianca).

nota: per la velocità e perizia nell'uso di Photoshop, ringrazio il Dott. Arch. Coinq. Vincenzo Brullo. Altre sue creazioni (non aggiorna il blog da un bel pò, ma di certo io sono l'ultimo a poterlo criticare su questo fatto) le trovate qui.

7 settembre 2008

Tema: le tue vacanze

Svolgimento: Olimpiadi e Underworld.


note a margine del tema
Fossi un arciere di quelli bravi, di quelli oltre l'impassibile precisione dei koreani che ci hanno rifilato la medaglia d'argento, di quelli al di là degli insegnamenti zen che sostengono la necessità di non mirare al bersaglio per colpirlo, questo farei: incoccherei quella freccia di carbonio che è la mia esistenza sublunare e, tendendo la corda al massimo, fino al contatto con le labbra - da essa storpiate in un ghigno terribile e malinconico -, tirerei verso quell'unico punto in cui ciò che avrebbe potuto essere e cio che è si cortocircuitano. Perchè si faccia carne l'anelito a una vita olomorfa: indulgente con il proprio inizio, ardentemente conscia della propria fine, sprezzantemente incurante del percorso che l'inizio e la fine collega.

***

Poi, a parte il tiro con l'arco, negli sport di squadra non è andata benissimo. Le ragazze del volley, partite d'oro zecchino, non sono neanche arrivate alle semifinali (seguendo le orme dello squadrone maschile di circa un decennio fa, che vinceva qualunque torneo anche tenendo un braccio legato dietro la schiena ma quando arrivava alle Olimpiadi proprio non ce la faceva). Ma prima o poi questo fottuto posto più alto del podio nella pallavolo riusciremo a scalarlo. Del quarto posto della ginnastica ritmica e del bronzo del fioretto femminile non ne parliamo nemmeno. Parliamo invece della bella usanza negli sport di squadra, dopo il ritiro di un giocatore particolarmente rappresentativo, di non assegnare a nessun altro il suo numero di maglia. Ecco, secondo me dopo la pubblicazione di Underworld nel 1997 avrebbero dovuto ritirare la stampa a caratteri mobili, le macchine da scrivere, i computer, le bic, le matite etc. E questo è uno dei tanti motivi - tutti gli altri essendo la mia pigrizia - per cui non ho più scritto. Se pensate che stia esagerando - e un pò lo sto facendo, chiaro - compratelo e ne riparleremo dopo che lo avrete letto, cioè fra un paio di anni se lo farete al mio ritmo. Intanto un antipasto lo trovate su aNobii.

***

Ti svegliavi alle 01.00 a.m. e c'era in studio Alessandro Tiberti a inscenare tristissimi spettacolini di traduzione, supportato da un'imbarazzatissima - almeno lei - ragazza cinese ridotta allo status di straniera in patria.
Ti svegliavi alle 03.00 a.m. e Federica Pellegrini ci impiegava 4 vasche e 1'54''82 a convincerti che il momento di dare il giusto peso alla tua totale mancanza di stile nello stile libero - e in qualunque altra specialità del nuoto, a dirla tutta - era arrivato.
Ti svegliavi intorno alle 04.30 e facevi in tempo a vedere Alex Schwazer piangere perchè finalmente capace di dimostrare a tutti che a camminare in quel cazzo di modo disarticolato - ma fluidissimo, per carità - il più forte e il più veloce è lui.
Ti svegliavi alle 01.00 p.m. e potevi ammirare Valentina Vezzali e Margherita Granbassi e Giovanna Trillini sciogliere misura e colpire di fluetto e parare di quarta e andare a bersaglio non valido e minacciare di morte, con lo sguardo, giudici che ricostruivano azioni in cui non ho mai capito che c'è da ricostruire - ma non è proprio questo il bello delle Olimpiadi?
Ti svegliavi alle 04.30 p.m. e se tra una strofinata agli occhi, la ricerca del telecomando e la sintonizzazione su raidue trascorrevano più di 9''69 ti eri perso lo spettacolo di Usain Bolt che praticamente passeggiando dai 75 metri in poi abbatteva in un sol colpo record del mondo sui 100 metri piani e orgoglio americano.
Ti svegliavi alle 06.00 p.m. e quasi ci restavi male nel non trovare a Pechino Winona Ryder esibirsi nel suo magico show con le palline da ping pong:

(l'ho trovato solo in spagnolo, mi dispiace).

***

La pazienza e l'assiduità con cui avete continuato a passare di qui nonostante i miei non aggiornamenti meriterebbero ricompense migliori di quella che sto per dare.
Ma prima vorrei ringraziare quasimamma per aver cercato di spronarmi a tornare a scrivere - ad un certo punto mi ha proposto un impressionante elenco di fobie invitandomi a sceglierne una su cui
tramare, ed ElenaGinevra che ritenendomi in grado di scrivere, e di farlo bene, un elogio dello starnuto, mi ha commosso una volta di più.
Questo link vi consentirà di scaricare un file pdf che contiene una roba che ho cominciato a scrivere qualche tempo fa e poi ho abbandonato. E' pretenziosa e anche un pò pretenziosa, ma soprattutto è pretenziosa. E' anche incompleta naturalmente e in un futuro non so quanto prossimo la riscriverò in maniera molto diversa. A pensarci bene, più che una ricompensa mi pare una punizione per la vostra pervicacia, ma spero non me ne vogliate troppo.


***

L'immagine è una riproduzione de "Il trionfo della morte" di Pieter Bruegel Il Vecchio, ha a che vedere con Underworld, l'ho scaricata tempo fa e non ricordo da dove

27 luglio 2008

De-evolution (ovvero: De Ueist Lend)

bacino_poLunedì è il giorno più crudele, primo petalo nell'esapartita corolla di quel fiore prematuro e sleale che è la settimana lavorativa. Seduti nelle diverse aule, in attesa che arrivino i maestri, anche i bambini della scuola elementare Carlo Cattaneo ne sono consapevoli ad un qualche livello sottocutaneo; voci acute pungolano l'aria: il pareggio nel derby della sera prima o la nonna addormentatasi nel bel mezzo della Messa di mezzogiorno, ogni chiacchiera è un tentativo di innestare cellule domenicali nel grigio tessuto dei giorni feriali. Carlo G. la conosce bene quella delusione e le riserva il rispetto e l'accoglienza che si devono ad un amico di vecchia data; ma scendendo dalle scale che dalla sala insegnanti al secondo piano portano alla terza B non ha altro pensiero che quello di non perdere l'equilibrio; reggere il recipiente in plexiglas colmo d'acqua si sta rivelando più faticoso del previsto.
"C'era una volta un tiranno", esordisce, con voce strozzata dallo sforzo, Carlo, maestro elementare, dopo aver attraversato la porta dell'aula, riuscendo a zittire tutti per la prima volta dall'inizio dell'anno scolastico; poggia il contenitore sulla cattedra e non può non registrare una punta di soddisfazione nel vedere gli sguardi interrogativi dei suoi alunni. Sorride e riparte, agitando le mani aperte al loro indirizzo come a dire: va tutto bene, non preoccupatevi.
"Un tiranno molto furbo e molto sospettoso di nome Gerone. Un giorno Gerone ordinò al miglior orafo della sua città di forgiare una corona d'oro da donare alle divinità per ringraziarle della prosperità del suo regno. Consegnò quindi un chilo d'oro all'artigiano dandogli un certo tempo per completare il lavoro. Trascorso questo tempo l'orefice consegnò la corona e il tiranno, diffidente come al suo solito, la fece pesare per assicurarsi che tutto l'oro fosse stato usato.
Nonostante il peso fosse quello giusto Gerone continuava a nutrire dei dubbi: e se l'orafo avesse tenuto per sé parte dell'oro sostituendolo con un metallo meno prezioso avendo cura di creare un oggetto del peso giusto?
Per rispondere a questa domanda il re convocò un grande scienziato, Archimede1.
- Archimede! - gli disse - io credo che colui che ha fabbricato questa corona stia cercando di derubarmi. Trova un modo per provare se essa sia d'oro puro o meno, senza però rovinarla in alcun modo perchè gli dei a cui l'ho donata potrebbero adirarsi.
Lo scienziato accettò la sfida e passò giorni, e notti, alla ricerca di una soluzione. Stava quasi per arrendersi quando, entrando in una vasca per farsi un bagno, si accorse che il livello dell'acqua saliva man mano che il suo corpo si immergeva. Allora si rese conto che un qualunque oggetto immerso in un liquido ne sposta una quantità che occupa il volume del corpo stesso; e visto che sostanze diverse, a parità di peso, occupano volumi diversi intuì che bastava immergere in un recipiente pieno d'acqua prima la corona e poi un chilo d'oro puro: se il volume di acqua traboccata fosse stato diverso, avrebbe dimostrato che l'orefice aveva cercato di rubare l'oro del sovrano. Per l'eccitazione uscì dalla vasca e si mise a correre completamente nudo per le strade della città gridando Eureka, che vuol dire ho trovato.
Così Archimede riuscì a risolvere l'enigma, Gerone ebbe soddisfazione e grazie a quell'intuizione noi abbiamo avuto le mongolfiere e sappiamo come fanno i surfisti a stare a galla2. Piaciuta la storiella?"
Qualche sbadiglio e molte mani che stropicciano gli occhi sono la risposta non inattesa.
"Ok, passiamo al piano B. Qualcuno vuole immergere qualcosa nel recipiente per vedere se il livello dell'acqua si alza?"
Solo qualche minuto dopo per la classe si aggiravano quindici furie intente a rincorrersi schizzarsi acqua l'un l'altra tra le proteste, non troppo convinte per la verità, di Carlo.
Ristabilita una parvenza d'ordine, dall'ultimo banco e ancora col fiatone, Adalgisa alza il braccio e, ad un suo cenno, gli chiede:
"Maestro, da dove veniva Amirchede?"
"Archimede, Adalgisa. Si chiamava Archimede"
"Da dove veniva Archideme?"
"Da Siracusa"
"E dov'è Siracusa?"
"In Sicilia, Adalgisa"
La bimba non ha altre domande. Pronuncia a parte, era riuscito a stimolare la loro attenzione dopotutto. Lodato sia il piano B.

****

Lunedì era il giorno più crudele, prima che arrivasse il martedì. Il direttore, braccia conserte e piede destro a percuotere il marmo del pavimento al ritmo del suo nervosismo in sala insegnanti, invita Carlo a seguirlo nel suo ufficio.
Dietro la scrivania del dirigente scolastico la foto del governatore padano osserva entrambi con sguardo corrucciato.
"Allora signor G., lei mi deve delle spiegazioni?"
"Davvero?"
"Ha idea di quante famiglie hanno chiamato lamentandosi per il comportamento da lei tenuto ieri in terza B?"
"Oddio. Se si riferisce a quella storia dell'acqua in classe non immaginavo, davvero. Ma i bambini hanno apprezzato e non credo sia il caso di preoccuparsi"
"Acqua in classe? Beh, di quello ci occuperemo dopo"
"Direttore, se non si tratta di quello non capisco di cosa stiamo parlando"
"Via signor G., non faccia finta di niente. Lei ha palesemente violato
la legge Bossi-Gelmini del novembre 2008
sulla riforma federalista della Pubblica Istruzione."
"In che senso, scusi? Il bisnonno del bisnonno del mio bisnonno era padano; e lo sapete bene anche voi, altrimenti non avrei avuto questo posto di lavoro."
Il direttore gli porge un foglio di carta dattiloscritto invitandolo a leggere ad alta voce.
"Allo scopo di salvaguardare l'identità padana è severamente proibito attribuire la paternità di idee, scoperte o invenzioni di cruciale rilievo a personalità non riconducibili allo Stato Padano."
"Lei ha detto che Archimede era di Siracusa, signor G."
"Io ho detto la verità, direttore"
"Certo, la verità. Li conosco i tipi come lei, sa signor G.? Pronti a metter tutto in discussione, a relativizzare, purchè non si tratti delle proprie convinzioni. Quel resoconto di Vitruvio che lei ha raccontato a quegli innocenti è stato messo in dubbio persino da Galilei, o sbaglio?"
"Galilei pensava che il metodo del recipiente colmo d'acqua fosse troppo poco originale per un genio come Archimede; non dubitava della sua grandezza. La storia non può..."
"La storia la scrivono i vincitori" sibila a denti stretti il direttore, indicando con la mano destra la foto del governatore Bossi alle sue spalle.
"Trovi come rimediare al suo errore entro domani. Le sue lezioni di oggi sono sospese. Ora può andare."
Uscendo dall'ufficio senza salutare Carlo si maledice per non aver pensato a preparare un piano B.

****

Ed eccolo lì, davanti ai suoi bambini e al direttore appoggiato alla parete in fondo all'aula per assicurarsi di persona che la legge venga rispettata.
"Bambini, ricordate la storia di Gerone e Archimede?"
Un unisono di sì si leva dai banchi.
"Bene. E vi era piaciuta?"
Altro coro affermativo.
"Benissimo. Oggi, però, in presenza del direttore, è giusto che io sottolinei che quella storia era una favola che ho inventato per voi, per suscitare il vostro interesse. Ed è ancor più giusto che vi dica come è andata veramente."
"In realtà è stato il governatore Bossi a scoprire che un corpo immerso in un liquido ne sposta una quantità pari al suo volume, e riceve una spinta verso l'alto pari al peso del volume di liquido spostato. Stava passeggiando sulle sponde del sacro Po in una giornata afosa ed ebbe voglia di fare un tuffo per rinfrescarsi. Buttatosi in acqua ed accortosi che non affondava esclamò: - Ciùmbia! Allora è vero che gli stronzi stanno a galla -"
Qualcuno soffoca una risata; qualcuno porta le mani alla bocca, spinto da quello stupore affascinato che le piccole volgarità generano.
Il direttore esce infuriato dalla classe e, appena nel corridoio, si volta verso Carlo, lo guarda con gli occhi ridotti ad una fessura e percorre con il pollice la propria gola, da sinistra a destra.
Anche lui, evidentemente, aveva preparato un piano B.

1. Noi ci dobbiamo accontentare dei RIS di Parma, o, al più, di Grissom alla TV
2. Dell'orefice Vitruvio non dà nessuna notizia (per quel che ne so), ma pare fondato il sospetto che per lui non ci sia stato happy ending.

nota: Quando l'ho pensata, una settimana fa dopo le dichiarazioni assurde di Bossi, sembrava meglio. Prometto che dalla prossima volta la smetto con le distopie. Prometto che la prossima volta che vorrò dare dello stronzo a qualcuno sarò molto più breve. La foto del bacino del Po si trova qui.

6 luglio 2008

il crepuscolo della maieutica

Resta un ultimo passo; che a compierlo sarà il dito indice della mia mano destra, martoriato dall'autocannibalismo con il quale sfogo le nevrosi in cui spesso indugio, è forse un segno accecante dell'antipodismo esistenziale che travolge gli argini di questo nuovo spavaldo mondo? O sono le mie stremate sinapsi, allentato il controllo sul reale, a tessere trame fragili e iridescenti tra concetti la cui siderale distanza è deflazionata dal sogno cosciente che sogna chi si costringe alla veglia? Di sicuro c'è quel passo, l'ultimo, ad aspettarmi; con il cipiglio severo e altezzoso che gli ultimi passi hanno, figlio, forse, della consapevolezza di essere testimonianze e sentinelle insieme della natura irreversibile della decisiodinamica.
Dunque, schiaccio il tasto sinistro del mouse e sullo schermo il pulsante che incornicia la parola Submit assume una tonalità più scura; passa qualche secondo e l'articolo su cui tanto, ma sempre troppo poco, ho lavorato è inviato. Non resta che apettare il giudizio derisorio dei referee, dico a voce non abbastanza bassa da non poterla udire.
Le quattro mattonelle che mi separano dal letto sono affollate di polvere e bottiglie di plastica vuote; piuttosto che schivarle, mi tuffo sul materasso, come fosse il mare di riposo dentro il quale desidero annegare al più presto; gli occhi li chiudo mentre in volo; così, per non perder tempo. L'impatto non è abbastanza violento da causare un cedimento strutturale della rete, ma il rumore è forte e di sicuro i cari e pignoli anziani coniugi del piano inferiore troveranno il modo, domani, di incontrarmi in ascensore e rimproverarmi lo scarso rispetto per il loro delicato rapporto con il sonno.
Domani è un altro giorno, afferma sorridente la Rossella O'Hara che si ostina ad essere in me nonostante le abbia più volte chiarito che non vedrò mai Via Col Vento.
Petula parecchio la mia Rossella ma in quanto a udito sono cazzi e non si accorge che qualcuno bussa energicamente alla porta: niente campanello che, tra l'altro, ha misteriosamente smesso di funzionare qualche anno fa e il padrone di casa non si degna di far riparare e io me ne frego così ho un'ottima scusa per non aprire e foraggiare la mia asocialità; niente pugno gentilmente poggiato sulla superficie di un legno ruvido e masticato dagli anni; è un insistente e pesante palmo aperto a ventaglio ad abbattersi sulla mia speranza di dormire.
Evidentemente i vicini hanno varcato la soglia oltre la quale domani indica un tempo troppo distante.
Scusate, davvero, ma il letto si è rotto e...oppure Sono desolato ma si è appena aperto un passaggio dimensionale nella mia camera e, sapete, la collisione di universi può essere un tantino assordante, oppure Lasciatemi in pace, vecchi rompicoglioni. Ho fatto bordello, e allora? Non succede quasi mai e voi subito qui a frantumare le palle. Ma quand'è che mollerete l'oscena presa dall'albero della vita, foglie avvizzite del cazzo?
Passando in rassegna le possibili reazioni ho attraversato l'intero corridoio e ho pure aperto, senza pensarci su, la porta e davanti a me trovo

***


Ora. Sono circa due settimane che provo a scrivere questa stronzata senza riuscire a concluderla. Chi mi trovavo davanti? Non il vicino, ovvio, sarebbe stato troppo scontato. E qui gli snodi narrativi ovvi e scontati non li vogliamo neanche nominare. Al mio cospetto avrei trovato una creatura sfuggente, qualcosa di simile al mutaforma di "Star Trek-Deep Space Nine". Anzi no. Una specie di entità liquida, con un'essenza immutabile versata in un recipiente (il corpo) in continua trasformazione. La creatura entra senza che io la inviti a farlo e si presenta dicendo di essere il Dialogo. Io sono un pò incredulo e un pò incazzato. Gli spiego che Walter è più di anno che ripete che il Dialogo non c'è più, che è morto.
Solo fumo negli occhi, dice lui. Dice che con Walter e Silvio lui non ha mai avuto nulla a che fare, neanche quando entrambi lo usavano per far credere a tutti di essere in una nuova stagione della politica, ma è vivissimo e vegeto (e si dà una strizzatina tra le gambe mentre lo dice). Che lui non può esserci dove non si ha voglia di ascoltare o dove non si hanno idee da sostenere e Silvio non ha alcuna voglia di ascoltare e Walter non ha una cazzo di idea che sia una. Che se Walter avesse avuto un'identità avrebbe dovuto incazzarsi per un mostro giuridico come il reato d'immigrazione clandestina o per le impronte digitali ai bimbi Rom; e invece lo ha fatto solo quando si è ricominciato a parlare di giudici e processi, probabilmente per paura di essere scavalcato da Tonino. E si continuava con il Dialogo a spiegarmi che l'Italia non è né di destra né di sinistra, ma solo meschina, avida di briciole e noncurante del bene collettivo, miope nei confronti del futuro e amnestica nei confronti del passato. Insomma, una di quelle tirate che, quando a farle sono altri, tra la loro prima parola e il mio primo vaffanculo non si fa in tempo a battere le ciglia. Il tutto si doveva concludere con:
  • un rumore di pesanti stivali che calpestano le scale del condominio.

  • Il Dialogo che, con un certo allarme nella voce, mi chiede di andare in bagno

  • La mia porta che viene di nuovo martellata e quando la apro scopro che a bussare è un ufficiale dell'esercito (altra grande idea di Silvio che Walter ha avversato sbadigliando e poco più) e altri ce ne sono sparsi per il condominio a suonare alle restanti porte. Mi chiarisce che stanno cercando un pericoloso terrorista che si fa chiamare Dialogo di cui non può mostrarmi foto perchè indossa una maschera dissimulante; entra a perquisire nonostante le mie richieste di un mandato (Siamo l'esercito. Il mandato non è necessario, tuona in risposta alle mie proteste). La luce accesa nel bagno lo insospettisce, entra e con sua grossa delusione -e mia sorpresa- non trova nessuno. Esce raccomandandomi di avvisare il comando nel caso avvistassi qualcuno di sospetto.

  • Resto sulla soglia imminchionito, pensando a quanto è Borgesiana una realtà in cui ci si può trovare a dialogare con il Dialogo in persona


Ma non sono Orwell. E neanche Terry Gilliam. Quindi:
That's all folks.

24 aprile 2008

Solo per l'ultima volta

Si destò, un anno più vecchio.

Scartare l'orologio che si era regalato, deglutendo intanto un caffè preparato il giorno
precedente, non gli portò il sollievo atteso.

Il telefono muto.

Le strette di mano dei colleghi, sempre quelle: l'estraneità
teporosa e cordiale ma superficiale, dimentica di ogni ricorrenza; intimità epidermica, aveva imparato a chiamarla.

La cena fredda.

Inargentato dalla luce livida del televisore acceso alle sue spalle,
sporse i piedi qualche centimetro oltre il bordo del parapetto del
balcone.

- Solo per l'ultima volta - una pubblicità salutò il suo salto.


nota: quando si legge una notizia come questa persino l'indignazione, persino la repulsione sembrano inadeguate.
La foto è di Dan Winters.

19 aprile 2008

Tre versioni di primavera

La prima volta che la vidi, Vera dondolava le sue gambe dal davanzale di una finestra al pianterreno di un palazzo che si ergeva lungo la strada per casa mia; come armi mi parve: spade di Damocle in carne, ossa e collant, pendenti sui capi di ignare formiche in marcia sulla via.

La prima volta che mi vide (la centesima che passavo di lì, se non
ricordo male la mia contabilità dell'epoca), Vera si trovò davanti un bambino pietrificato in un'ottusa espressione di stupore al cospetto della bellezza maliziosamente ingenua della sua adolescenza e capace di tornare alla realtà, dopo un numero imprecisato di -Embé, che hai da guardare?-, solo per farfugliare -Come ti chiami?-, ubbidendo ad un riflesso condizionato prima di allora a lui del tutto sconosciuto.

Con un tono di scherno affettuoso che i miei otto anni mi indussero ad interpretare come fastidio, -E a te che ti frega?- mi incalzò, proprio mentre da qualche parte alle sue spalle una voce femminile la rimproverava -Sempre a ciondolare come biancheria, vero Vera?-, costringendola a rientrare in casa sbuffando.

Intimorito, ma anche offeso, da quel giorno cambiai strada per non rivederla. E così fu. Oggi dove si apriva quella finestra sorge l'ingresso per una palestra. Il tempo, si sa, procede irrequieto e va per rima.


nota: Si apre con questo post la categoria prove (poco) tecniche di trasmissione in cui raccoglierò stupidaggini che ho già scritto indipendentemente dal blog e che mi va di condividere. Siate molto clementi e poco Mastella. (l'immagine del quadrato del sator è tratta da Wikipedia)