19 aprile 2008

Tre versioni di primavera

La prima volta che la vidi, Vera dondolava le sue gambe dal davanzale di una finestra al pianterreno di un palazzo che si ergeva lungo la strada per casa mia; come armi mi parve: spade di Damocle in carne, ossa e collant, pendenti sui capi di ignare formiche in marcia sulla via.

La prima volta che mi vide (la centesima che passavo di lì, se non
ricordo male la mia contabilità dell'epoca), Vera si trovò davanti un bambino pietrificato in un'ottusa espressione di stupore al cospetto della bellezza maliziosamente ingenua della sua adolescenza e capace di tornare alla realtà, dopo un numero imprecisato di -Embé, che hai da guardare?-, solo per farfugliare -Come ti chiami?-, ubbidendo ad un riflesso condizionato prima di allora a lui del tutto sconosciuto.

Con un tono di scherno affettuoso che i miei otto anni mi indussero ad interpretare come fastidio, -E a te che ti frega?- mi incalzò, proprio mentre da qualche parte alle sue spalle una voce femminile la rimproverava -Sempre a ciondolare come biancheria, vero Vera?-, costringendola a rientrare in casa sbuffando.

Intimorito, ma anche offeso, da quel giorno cambiai strada per non rivederla. E così fu. Oggi dove si apriva quella finestra sorge l'ingresso per una palestra. Il tempo, si sa, procede irrequieto e va per rima.


nota: Si apre con questo post la categoria prove (poco) tecniche di trasmissione in cui raccoglierò stupidaggini che ho già scritto indipendentemente dal blog e che mi va di condividere. Siate molto clementi e poco Mastella. (l'immagine del quadrato del sator è tratta da Wikipedia)

1 commento:

  1. Bellissima considerazione la tua, capace di concludersi proprio con il pretesto per cui è partita la narrazione.
    Il tempo passa inquieto, e a volte, una maliziosa ingenuità resta, anche nel cercare qualcosa che si sporge da una finestra.

    elena ginevra

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